Digital economy: controllare l'impronta ecologica si può

Pubblicato il domenica, 27 dicembre 2015

È difficile da credere: lo smartphone che abbiamo in tasca consuma all’anno più di un frigorifero. Sebbene non sia una novità, il fatto che ogni anno il 10% dell’energia elettrica mondiale venga consumata proprio dall’ecosistema ICT (quello, cioè, delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione, anche detto digital economy) non smette di stupire.

Un dato impressionante e in continua crescita, messo in luce per la prima volta nel 2013 da Mark Mills, CEO di Digital Power Group, in un report il cui titolo – The Cloud Begins With Coal (“il Cloud comincia con il carbone”) – non lascia spazio a dubbi. Anche la tecnologia che appare impalpabile e “leggera” come quella che ci permette di navigare online, guardare video in streaming, ascoltare musica e scaricare dati 24 ore su 24, in realtà ha un impatto. La digital economy, stando al report di Mills, consuma la stessa quantità di energia elettrica utilizzata per illuminare l’intero Pianeta nel 1985. Cifre che seguono l’avanzare della tecnologia ICT e che sono destinate ad aumentare: basti pensare che molto presto il traffico internet di un’ora supererà quello annuale del 2000. Con la diffusione sempre maggiore di smartphone economici, inoltre, entro il 2020 l’80% della popolazione adulta sarà connessa a Internet ed entro il 2018 i device saranno più del doppio della popolazione mondiale.

Alle spalle di tutti questi dati, spiccano i consumi esagerati dei data center che ospitano i server informatici. Server che non riposano mai – chi mai ipotizzerebbe un orario di chiusura di Internet? – e che permettono ai nostri computer, telefoni, tablet e qualsiasi altro device di rimanere connessi ininterrottamente. I costi energetici dietro la manutenzione dei data center sono alti: i server vanno alimentati, raffreddati e custoditi in edifici quasi sempre preposti solo a questo scopo; una sfida ecologica soprattutto per i grandi player del web.

Dall’alimentare i data center in loco con pannelli solari o energia eolica all’acquisto di energia pulita da un’utility locale, le soluzioni si stanno già trovando e aziende come Apple danno il buon esempio. Un recente report di Greenpeace ha stilato interessanti dati sull’impronta ecologica delle società che immagazzinano la maggior quantità di dati nei propri data center, e l’azienda di Cupertino è ritenuta la più verde tra tutte. Nonostante la sua continua espansione, tutti i suoi data center continueranno a essere alimentati da energie verdi, mentre c’è una precisa intenzione di espandere le politiche green anche ai processi di produzione in Cina. Un gradino sotto si trova Facebook, che negli ultimi tre anni ha fatto grandi passi avanti per diventare leader nelle politiche ecologiche legate a Internet, alimentando i propri data center in Oregon e North Carolina con energie rinnovabili. Sul podio si trova anche Google, che pur continuando a investire per raggiungere il traguardo del ‘100% green’ per l’energia utilizzata dai suoi data center, ha ancora un po’ di strada da fare. “I nostri data center consumano il 50% di energia in meno rispetto a un data center tradizionale”, dichiara l’azienda: un valore buono, ma Google può sicuramente migliorare ancora. Su uno dei gradini più bassi si trova Amazon Web Services, che pur essendo una delle aziende più importanti e dominanti nel mercato Cloud, dovrà fare di più se vorrà tenere il passo con le proprie concorrenti.

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